Tungsteno, antimonio e argento: che cosa li accomuna ?

La limitazione delle esportazioni cinesi porta i prezzi mondiali alle stelle

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Una delle prime azioni intraprese dall'amministrazione Trump, all'indomani dell'insediamento alla Casa Bianca, è stata l'avvio di una guerra commerciale con la Cina. Tra le ritorsioni attuate dall'industria cinese fin dai giorni successivi vi è stata la limitazione delle esportazioni di alcuni metalli strategici, impiegati nell'industria della difesa, nell'elettronica e nel settore delle energie rinnovabili. Tra questi figurano il tungsteno, l'antimonio e l'argento.
Tutti e tre questi metalli sono considerati critici dalla Commissione Europea[1] e presentano una forte concentrazione dell'offerta sul commercio internazionale in capo alla Cina. Nel 2024, prima dell'introduzione delle restrizioni alle esportazioni, la quota cinese sul commercio mondiale era prossima al 50% per l'ossido di antimonio, superiore al 30% per il tungsteno e pari al 15% per l'argento.

Effetti delle restrizioni sui prezzi cinesi ed europei

A distanza di un anno dall'introduzione delle restrizioni, è possibile valutare quali effetti esse abbiano prodotto sui prezzi FOB alle esportazioni cinesi e sui prezzi degli scambi intra-UE. L'analisi comparata di queste dinamiche consente di comprendere se e in quale misura le limitazioni dell'offerta abbiano innescato tensioni sui mercati internazionali e trasferito pressioni inflazionistiche lungo le filiere industriali europee.

Il caso dell'antimonio

Il caso dell'antimonio è senza dubbio il più eclatante. In un mercato mondiale già caratterizzato da forti tensioni, le restrizioni alle esportazioni cinesi si sono tradotte in un crollo dei volumi esportati dalla Cina e in una crescita eccezionale dei prezzi internazionali, come descritto nell’articolo Mercato dell’antimonio in fiamme e come confermano anche i dati più recenti sui prezzi cinesi e UE.

Antimomio: alcuni benchmark di prezzo

Antimomio: alcuni benchmark di prezzo

Il grafico sopra riportato mette a confronto i prezzi FOB delle esportazioni cinesi di ossido di antimonio con i corrispondenti prezzi rilevati negli scambi intra-UE e con quelli dichiarati dalla Commissione Prezzi dei Prodotti Chimici Industriali della Camera di Commercio di Milano.
Come emerge con chiarezza, le tensioni sui prezzi si sono originate già nel 2024 sul mercato cinese e si sono rapidamente trasferite ai prezzi ex-fabrica europei — assimilabili ai prezzi degli scambi intra-UE — e ai prezzi alla distribuzione rilevati dalla Camera di Commercio di Milano. Nel 2025, i prezzi alle esportazioni cinesi sono aumentati in misura relativamente contenuta; al contrario, a fronte dei limiti alle esportazioni cinesi, i prezzi ex-fabrica europei sono letteralmente esplosi, superando ampiamente i 40.000 euro alla tonnellata. I prezzi alla distribuzione sono cresciuti in misura ancora maggiore, arrivando a 60.000 euro alla tonnellata.
Se si considera che, per tutti e tre i benchmark analizzati, i prezzi dell'ossido di antimonio erano poco superiori a 5.000 euro alla tonnellata prima dell'escalation, si comprende con precisione l'entità dell'aumento registrato nei diversi mercati e nei differenti stadi della catena distributiva.

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Il caso dell'argento

Dopo l'insediamento della seconda amministrazione Trump, i mercati finanziari hanno registrato un marcato aumento dell'incertezza, spingendo molti operatori a cercare nei metalli preziosi un rifugio capace di proteggere il valore dei propri asset. Il risultato è stato un forte incremento dei prezzi dei metalli preziosi, di cui l'argento ha beneficiato in misura significativa.
Tuttavia, l'argento non è soltanto un metallo prezioso. Negli ultimi anni ha aumentato la propria rilevanza come metallo industriale, in particolare negli impieghi legati alla produzione di pannelli solari. L'argento è infatti un materiale essenziale per tutte le tecnologie fotovoltaiche a base di silicio, che rappresentano il 97% del mercato mondiale del fotovoltaico. L'utilizzo per singola cella è dell'ordine dei milligrammi, ma al momento non esistono sostituti realmente validi.

Una misura dell'impatto che le restrizioni alle esportazioni cinesi possono aver avuto sul prezzo mondiale del metallo può essere ricavata confrontando la dinamica del prezzo finanziario dell'argento con quella dell'oro, entrambi quotati al Chicago Mercantile Exchange (CME). Dall'inizio del 2025, il prezzo dell'argento è aumentato del 123%, a fronte di un incremento dell'oro del 59%. Questa maggiore crescita del prezzo dell'argento rappresenta un'anomalia nel comparto dei metalli preziosi.
Nel lungo periodo, infatti, è generalmente il prezzo dell'oro a registrare gli aumenti più consistenti. In questo secolo, ad esempio, il prezzo dell'oro è cresciuto di circa 12 volte, mentre quello dell'argento è aumentato di "sole" 9 volte.

Il caso del tungsteno

Nei primi mesi successivi all’introduzione delle restrizioni alle esportazioni cinesi, i prezzi FOB delle esportazioni cinesi di tungsteno sono rimasti relativamente stabili, segnalando una fase iniziale di assorbimento delle nuove misure da parte del mercato. Le prime avvisaglie di crescita si sono tuttavia registrate alla fine della scorsa estate.
Tra agosto e dicembre 2025, i prezzi alle esportazioni cinesi di tungstati, ossidi, idrossidi e carburi di tungsteno sono aumentati in un intervallo compreso tra il 30% e il 60%, a seconda della specifica tipologia di prodotto. L’effetto di tali rialzi sui prezzi intra-UE risulta evidente analizzando il grafico che segue, che mostra un progressivo trasferimento delle tensioni anche sul mercato europeo.

Tungsteno: gli aumenti dei prezzi sul mercato UE

Tungsteno: gli aumenti dei prezzi sul mercato UE

Recentemente sono circolate notizie di forti aumenti, nel mese di gennaio, dei prezzi del tungsteno sul mercato cinese. Per disporre di informazioni più precise attraverso i dati sui prezzi FOB alle esportazioni sarà tuttavia necessario attendere il 20 marzo, poiché il governo cinese non pubblicherà i dati di febbraio a causa della pausa legata al Capodanno Cinese.

Conclusioni

Nel corso del 2025, i mercati finanziari delle commodity hanno iniziato a scontare un cambio di regime negli scambi internazionali di materie prime, indotto dalla nuova politica estera avviata dalla seconda amministrazione Trump. In presenza di incertezza sugli approvvigionamenti, la prima reazione delle imprese utilizzatrici consiste spesso nell’aumentare i livelli di scorte a fini precauzionali.
Se l’accumulo di scorte è sostenuto anche da finalità speculative, volte ad anticipare possibili aumenti di prezzo, l’incremento della domanda può diventare tale da generare rialzi del tutto eccezionali. È quanto accaduto, ad esempio, nel corso della crisi del 2022, quando una componente rilevante dell’aumento straordinario dei prezzi delle commodity nell’UE è stata la propensione all’“ipercomprato”[1] da parte di molte imprese utilizzatrici.

Lo scorso anno si sono registrate dinamiche in parte analoghe, limitate nel numero dei casi ma non negli effetti. Le tensioni hanno avuto origine ancora una volta sul mercato cinese. Se nella crisi del 2021-2022 furono i lockdown della Cina a limitare i normali flussi commerciali verso i mercati esteri, nel 2025 le tensioni sono derivate dalle le restrizioni alle esportazioni di alcuni metalli, introdotte come reazione alla guerra commerciale avviata dall’amministrazione Trump.
Per alcune commodity, gli effetti sui prezzi sono stati particolarmente intensi. Il caso più eclatante è stato quello dell’antimonio. Un secondo episodio straordinario ha riguardato l’argento. Un ulteriore caso, i cui effetti si sono manifestati alla fine del 2025 e potrebbero caratterizzare i primi mesi del 2026, è quello del tungsteno.

La lezione che emerge dai mercati delle commodity è quella di una crescente instabilità, in cui, a fronte di possibili limitazioni dell'offerta, la domanda può registrare accelerazioni non legate ai fondamentali, ma a dinamiche di vero e proprio “ipercomprato”, con possibili effetti dirompenti sui prezzi.


[1] L’ipercomprato (in inglese overbought) è un termine utilizzato in finanza per indicare una situazione in cui il prezzo di un’attività è stato spinto verso l’alto da acquisti massicci non legati alle normali condizioni di domanda, ma dettati dal tentativo di anticipare aumenti di prezzo attesi.