Lotta alle emissioni di CO2. Gli impegni dei leader mondiali e le ricadute sui metalli

Settimanale metalli non ferrosi LME - Commento del 26 aprile 2021

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COMMENTO MACROECONOMICO E PROSPETTIVE

Nelle giornate del 22 e 23 aprile, 40 leader mondiali, in rappresentanza di 31 Paesi, hanno partecipato a “Leaders Summit on Climate”, conferenza sulle tematiche ambientali fortemente voluta da Joe Biden.

Il presidente statunitense ha annunciato che, entro il 2030, gli USA ridurranno del 50-52% (rispetto ai livelli del 2005) le emissioni di CO2, smantellando di fatto i precedenti programmi di Trump. L’Unione Europea ha dichiarato un obiettivo del –55% (rispetto ai livelli del 1990) e, inoltre, Bruxelles intende applicare una tassa sulle merci importate dai Paesi meno attenti al problema ambientale. La Cina ha ribadito i suoi impegni ad azzerare le emissioni entro il 2060, mentre comincerà a ridurre l’impiego del carbone entro il 2026. Il Giappone ha annunciato un taglio del 46% entro il 2030. Per la Russia, il presidente Putin non ha dato alcun target.

La Cina oggi produce il 28% delle emissioni di CO2 mondiale, contro il 14% degli USA e l’8% della UE. Questi impegni, anche se mantenuti, non saranno sufficienti a contenere il riscaldamento climatico a 1.5 gradi, come ha riconosciuto, tra gli altri, il premier italiano Mario Draghi. Per il segretario generale dell’ONU António Guterres, siamo sull’orlo di un abisso e l’IEA (International Energy Agency) lancia questo allarme: il 2021 rischia di essere il secondo anno più dannoso della storia per la quantità di CO2 rilasciata in atmosfera. La causa è prevalentemente la crescita asiatica, in particolare cinese.

Perché parliamo di lotta alle emissioni? Per due motivi.

Il primo riguarda i prezzi dei diritti di emissione CO2 negoziati all’Emission Trading Scheme dell’UE (ETS UE). Sulla base degli impegni presi, questi prezzi si sono impennati, raggiugendo il massimo storico di 47 euro (più del doppio rispetto ai valori di marzo 2020). A questo mercato accedono le grandi aziende con una produzione a forte impatto ambientale. Il forte aumento dei prezzi dei diritti di emissione si traduce, per queste aziende, in un aumento dei costi. Ciò potrà portarle ad accelerare sull’ammodernamento degli impianti in ottica green. Un esempio in questo senso arriva dall’alluminio green, già prodotto da alcune aziende.

Il secondo motivo è la ricaduta sulla domanda dei metalli più utilizzati nella transizione green, come il rame, il palladio e altri ancora. La maggiore domanda aumenterà il deficit rispetto all’offerta, che già oggi è bassa. Senza l’apertura di nuove miniere, difficilmente la nuova domanda sarà soddisfatta e perciò i prezzi cresceranno inevitabilmente. Prendendo a riferimento il rame, secondo Trafigura, il suo prezzo potrebbe arrivare fino a 15000 $/ton. Per Goldman Sachs, il rame arriverà a 10500 $/ton entro dodici mesi, per Citigroup toccherà i 12000 $/ton nel 2022. Per Bloomberg, al momento, il forte rialzo del rame è legato, da un lato, ai blocchi nella supply chain globale, provocati dalla pandemia e, dall’altro, alla forte domanda proveniente dalla Cina. Intanto il rame è diventato una questione di sicurezza nazionale per molti Paesi, a cominciare da Stati Uniti e Cina. Si assisterà a un cambio di paradigma nell’economia?

Andamento dei mercati finanziari e delle materie prime
Tra i metalli non ferrosi, rialzi per alluminio, rame, piombo e stagno. Leggera flessione per gli altri. Tra i preziosi, ancora rialzi per tutti, col palladio che aggiorna i massimi pluriennali. Sui mercati valutari, rialzo per l’euro e ribasso per il dollaro. Tra gli energetici in rialzo i prezzi del petrolio e in ribasso quelli del gas.