Rischio di approvvigionamento in caso di chiusura dello Stretto di Hormuz
Quali commodity presentano i rischi maggiori
Pubblicato da Luigi Bidoia. .
Energetici Chimici Organici Petrolchimica Gestione dei rischi di approvvigionamento
Le imprese europee guardano con evidente sollievo alla prospettiva di una riapertura dello Stretto di Hormuz e di un ritorno alla normalità dei traffici marittimi. Anche se l’attuale confronto tra Stati Uniti, Israele e Iran dovesse rientrare, quanto accaduto nelle ultime settimane lascia però una lezione chiara: Hormuz resterà uno dei principali chokepoint geopolitici del commercio mondiale.
Per questo motivo, il rischio legato a una sua possibile chiusura dovrà entrare stabilmente nelle valutazioni sul rischio di approvvigionamento delle commodity.
Una misura del rischio di approvvigionamento dovuto alla chiusura di Hormuz
Per quantificare questa specifica componente di rischio, abbiamo stimato per ciascuna commodity PricePedia il peso dei flussi commerciali diretti verso l’Unione europea che transitano attraverso lo Stretto di Hormuz, rapportandoli al totale delle importazioni UE della stessa commodity. In assenza di dati diretti completi sui percorsi logistici effettivamente utilizzati, tale quota è stata approssimata — con una possibile lieve sovrastima — utilizzando come proxy i flussi esportati verso l’UE dagli otto paesi rivieraschi del Golfo Persico. Indichiamo questo indicatore con SHUE(i), dove i identifica la singola commodity.
Questo indicatore coglie tuttavia solo la componente diretta del rischio. La maggior parte delle commodity è infatti scambiata su mercati globali, nei quali tensioni, scarsità e riallocazioni dei flussi tendono a propagarsi rapidamente tra le diverse aree geografiche. Di conseguenza, anche in presenza di una bassa esposizione diretta dell’UE, la chiusura di Hormuz potrebbe comunque generare effetti rilevanti sugli approvvigionamenti europei qualora una quota significativa della domanda mondiale dipendesse da merci in transito attraverso lo Stretto.
Per tenere conto di questa dimensione sistemica, abbiamo quindi costruito un secondo indicatore, pari al peso delle esportazioni degli otto paesi del Golfo Persico sul commercio mondiale della medesima commodity. Indichiamo tale quota con SHWLD(i). Essa rappresenta la componente indiretta della vulnerabilità europea: tanto maggiore è il ruolo di questi paesi nell’offerta mondiale, tanto più intensi potranno risultare gli effetti di contagio su prezzi, disponibilità e tempi di consegna, anche per le imprese UE.
Per ottenere una misura sintetica della vulnerabilità complessiva, abbiamo combinato i due indicatori mediante una funzione moltiplicativa. Questa scelta riflette due ipotesi economiche. In primo luogo, il rischio tende ad ampliarsi quando aumentano simultaneamente sia l’esposizione diretta sia quella indiretta. In secondo luogo, gli effetti crescono verosimilmente in modo più che proporzionale all’aumentare delle quote coinvolte: un incremento dall’1% al 2% ha infatti un impatto generalmente contenuto, mentre un aumento dal 10% al 20% può produrre conseguenze molto più rilevanti.
Sulla base di queste considerazioni, l’indice di vulnerabilità degli approvvigionamenti delle imprese UE alla chiusura dello Stretto di Hormuz è definito come segue:
IND-VUL(i) = (1 + SHUE(i)/100)2 * (1 + SHWLD(i)/100)1.5
Il diverso valore degli esponenti consente di attribuire un peso maggiore alla componente diretta del rischio — ossia alla dipendenza delle importazioni UE dai flussi via Hormuz — rispetto alla componente indiretta, legata agli effetti di tensione e scarsità sul mercato mondiale.
Le commodity con il rischio maggiore
La tabella seguente riporta, per le otto commodity che presentano un indice IND-VUL particolarmente elevato (superiore a 2), i principali indicatori utilizzati nel calcolo: la quota delle importazioni UE esposte ai flussi via Hormuz (SHUE), la quota del commercio mondiale riconducibile ai paesi del Golfo Persico (SHWLD) e il valore delle importazioni dell’Unione europea nel 2025.
Un valore elevato dell’indice identifica commodity per le quali la chiusura o una forte limitazione del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz potrebbe determinare rischi particolarmente intensi per le imprese europee. Tali rischi possono manifestarsi in forma diretta, attraverso difficoltà di approvvigionamento e ritardi nelle consegne, oppure in forma indiretta, tramite rialzi dei prezzi internazionali, riallocazione dei flussi commerciali e maggiore competizione tra aree economiche per le forniture disponibili.
Commodity maggiormente vulnerabili alla chiusura dello stretto di Hormuz
| Commodity | Quota UE (SHUE) | Quota Mondo (SHWD) | Indice Vulnerabilità | Importazioni UE (Mld Euro) |
|---|---|---|---|---|
| Petrolio greggio | 10.8 | 39.0 | 2.02 | 234.5 |
| Olio combustibile per usi chimici | 41.1 | 10.9 | 2.30 | 3.3 |
| Elio | 20.1 | 34.8 | 2.11 | 0.9 |
| Glicole etilenico | 14.6 | 49.5 | 2.48 | 0.8 |
| Cicloesano | 33.2 | 31.6 | 2.72 | 0.5 |
| Glicole dietilenico | 25.2 | 21.5 | 2.17 | 0.3 |
| P-xilene | 28.7 | 16.2 | 2.03 | 0.2 |
| Trietanolammina | 25.8 | 35.7 | 2.59 | 0.1 |
All’interno di questo gruppo, la commodity di gran lunga più rilevante per valore delle importazioni UE è il petrolio greggio, con acquisti stimati nel 2025 pari a circa 235 miliardi di euro. Il rischio associato a questa commodity non riguarda soltanto il settore energetico, ma si trasmette a valle lungo l’intero sistema produttivo europeo: raffinazione, trasporti, logistica, produzione di carburanti, petrolchimica di base e, più in generale, tutti i comparti ad alta intensità energetica.
La seconda commodity per importanza economica nel gruppo è l’olio combustibile per usi chimici, input energetico e di processo rilevante per numerose produzioni industriali. Eventuali tensioni su questa voce potrebbero incidere sui costi operativi di ampi segmenti della chimica europea. La terza commodity per valore importato è l’elio, le cui importazioni UE nel 2025 si sono avvicinate a 1 miliardo di euro. Pur trattandosi di un mercato relativamente piccolo, l’elio riveste un ruolo strategico in molte applicazioni ad alto contenuto tecnologico, tra cui sanità, elettronica, semiconduttori, saldatura specializzata e ricerca scientifica.
La commodity che presenta il valore più elevato dell’indice di vulnerabilità è tuttavia il cicloesano, in ragione di una quota dei flussi via Hormuz superiore al 30% sia rispetto alle importazioni UE sia rispetto al commercio mondiale. Si tratta di un risultato particolarmente significativo poiché il cicloesano rappresenta una materia prima essenziale per la produzione di intermedi destinati alla filiera del nylon, delle plastiche tecniche e di numerosi materiali industriali.
Molto elevata risulta anche la vulnerabilità dei glicoli derivati dall’etilene — in particolare glicole etilenico e glicole dietilenico — utilizzati nella produzione di resine, polimeri, liquidi tecnici, detergenti e formulazioni industriali. Analogamente, il p-xilene, fondamentale nella produzione di PTA e quindi di PET, segnala potenziali effetti a valle sulle filiere degli imballaggi plastici, delle bottiglie e delle fibre sintetiche.
Infine, merita attenzione la presenza della trietanolammina tra le commodity a maggiore vulnerabilità. Tale risultato riflette sia la capacità produttiva petrolchimica dei paesi del Golfo Persico, sia il ruolo di alcuni hub commerciali regionali nelle riesportazioni internazionali. La trietanolammina è impiegata in detergenti, cosmetica, cemento, trattamento superfici e formulazioni chimiche specialistiche: eventuali interruzioni delle forniture potrebbero quindi propagarsi a valle in numerosi segmenti manifatturieri.
Una visione d'insieme delle commodity a rischio
Utilizzando l’indice di vulnerabilità sopra descritto, sono state identificate, oltre alle commodity appartenenti al gruppo a massimo rischio, anche altre due classi: una a rischio elevato (con IND-VUL compreso tra 1.5 e 2) e una a rischio significativo (con IND-VUL compreso tra 1.2 e 1.5).
La tabella che segue riporta il valore delle importazioni UE nel 2025 relative alle commodity che rientrano nelle tre classi di rischio. Il valore delle importazioni è inoltre suddiviso per le diverse tipologie merceologiche.
Importazioni UE di commodity (Mld Euro) per livello di rischio Hormuz
| Tipologia di commodity | Rischio massimo | Rischio elevato | Rischio significativo | Totale |
|---|---|---|---|---|
| Energetici | 237.8 | 101.1 | 38.4 | 377.3 |
| Plastiche ed Elastomeri | 24.4 | 4.8 | 29.2 | |
| Chimici Organici | 1.9 | 5.6 | 4.4 | 11.9 |
| Non Ferrosi | 8.6 | 0.9 | 9.5 | |
| Chimici Inorganici | 0.9 | 2.4 | 0.2 | 3.4 |
| Totale | 240.7 | 142.1 | 48.7 | 431.4 |
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In valori assoluti, la tipologia di commodity che presenta i maggiori rischi è quella delle commodity energetiche, dove oltre al petrolio greggio figura anche il gas naturale liquefatto, che rappresenta quasi la metà degli oltre 100 miliardi di euro di importazioni UE ricadenti nel gruppo a Rischio Elevato.
La seconda tipologia per valore delle commodity a rischio importate è quella delle plastiche ed elastomeri, con quasi 25 miliardi di euro di importazioni classificate a Rischio Elevato. Una quota rilevante delle commodity presenti in questo gruppo appartiene alla filiera dell’etilene.
Le commodity a rischio della chimica organica superano complessivamente i 10 miliardi di euro. Si tratta di un gruppo composto da una pluralità di prodotti, tra cui spiccano l’urea e il metanolo.
I metalli non ferrosi a rischio sono quasi esclusivamente riconducibili alle leghe di alluminio greggio.
Un peso significativo è rappresentato anche dalla chimica inorganica, dove oltre all’elio, presente nel gruppo a Massimo Rischio, figurano commodity come l’ammoniaca e lo zolfo, incluse nel gruppo dei Rischi Elevati.
Conclusioni
Le importazioni UE che presentano una vulnerabilità significativa o superiore agli effetti di un blocco dello Stretto di Hormuz hanno raggiunto nel 2025 un valore pari a 431 miliardi di euro. Una quota rilevante di queste importazioni riguarda petrolio greggio, derivati petroliferi e gas naturale liquefatto. Tuttavia, i dati riportati in questo articolo evidenziano come il rischio legato allo Stretto di Hormuz non riguardi esclusivamente petrolio e gas, ma coinvolga anche un’ampia gamma di intermedi chimici e materie prime industriali la cui indisponibilità potrebbe generare effetti significativi sulle catene del valore europee.