Analisi delle strategie USA e UE per contrastare la leadership cinese sulle commodity critiche

Quali limiti incontrano le strategie occidentali nel tentativo di ridurre la dipendenza dalla Cina?

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Terre rare Materie Prime Critiche

Nell’articolo della scorsa settimana: "L’ascesa della Cina nel mercato delle commodity critiche: strategie industriali e leve geopolitiche" si è analizzato come la Cina sia riuscita ad affermarsi come leader globale nel mercato delle materie prime critiche. Secondo gli analisti dell’Economist, il dominio della Cina non deriva tanto da vantaggi sulla disponibilità naturale di risorse, quanto piuttosto da una strategia industriale perseguita per decenni, fondata su una combinazione di finanziamenti pubblici alla produzione e alla raffinazione, standard ambientali e di sicurezza meno stringenti, pratiche di dumping sui mercati internazionali e acquisizioni mirate di miniere estere in difficoltà.

La leadership conquistata dalla Cina nel mercato delle commodity critiche le ha consentito di esercitare vere e proprie leve di pressione geopolitica e commerciale, come emerso nell’ultimo ciclo di tensioni tra Stati Uniti e Cina. In tale contesto, il governo cinese ha introdotto restrizioni alle esportazioni di alcune materie prime critiche per ottenere condizioni più favorevoli nella revisione dei dazi commerciali. Queste misure hanno prodotto effetti pressoché immediati, determinando una significativa contrazione dell’offerta globale e mettendo sotto pressione le catene di approvvigionamento occidentali. Nel giro di pochi mesi, i prezzi di diverse commodity critiche, fondamentali per settori strategici tra cui: elettronica, aerospazio, automotive e difesa, sono più che raddoppiati.

L’accelerazione dei processi di digitalizzazione, la transizione verso le energie rinnovabili e la modernizzazione degli apparati militari stanno rendendo sempre più urgente, per le economie occidentali, ridurre la dipendenza dalla leadership cinese e rafforzare la propria autonomia nell’accesso alle risorse critiche.
In questo articolo sintetizzeremo la posizione dell’Economist, illustrata nel briefing America’s new era of state-sponsored mining dell’edizione settimanale Digging for Victory, sulle principali strategie adottate da Stati Uniti ed Europa per contrastare il dominio cinese e garantirsi un approvvigionamento più sicuro e autonomo di risorse strategiche fondamentali e limitate.

Strategie USA e UE per ridurre la dipendenza dalla Cina

Negli ultimi anni Stati Uniti e Unione Europea hanno sviluppato una serie di strategie volte a ridurre la forte dipendenza occidentale dalla Cina nelle catene di approvvigionamento delle commodity critiche. Washington ha adottato l’approccio più ambizioso e interventista, attraverso l’utilizzo di 3 principali leve:

  1. Investimenti pubblici e accordi bilaterali: gli Stati Uniti sostengono nuovi progetti minerari e di raffinazione tramite finanziamenti diretti e prestiti agevolati, sia sul territorio nazionale sia in Paesi esteri strategici. Finora sono stati siglati 21 patti bilaterali e raggiunto un’intesa con altri 17 Paesi, spesso con clausole che limitano o vietano la vendita della produzione alla Cina, assicurando così approvvigionamenti prioritari e sicuri per le aziende statunitensi.
  2. Project Vault: progetto di creazione di una riserva nazionale di minerali critici finalizzata a coprire mesi, e in alcuni casi fino a un anno, della domanda interna. Ispirato alla Strategic Petroleum Reserve, il progetto prevede la partecipazione di aziende private che acquistano metalli a prezzi prefissati e possono accedere alle scorte in caso di crisi, assicurando continuità produttiva e protezione contro eventuali shock di mercato.
  3. Prezzi minimi garantiti: per tutelare i produttori statunitensi dalle fluttuazioni di mercato e dal dumping cinese. L’amministrazione Trump ha avviato il primo progetto in collaborazione con MP Materials, una raffineria di terre rare in Texas, fissando un prezzo base per l’ossido di neodimio-praseodimio (NdPr): se il prezzo sul mercato scende al di sotto della soglia stabilita, il Pentagono copre la differenza, assicurando la sostenibilità economica della produzione e incentivando l’espansione della capacità produttiva nazionale.
    Gli Stati Uniti intendono estendere questa logica anche ai propri alleati internazionali attraverso la creazione di un “club dei minerali”, che garantirebbe protezione dei prezzi e tariffe sugli approvvigionamenti provenienti da fornitori esterni al blocco, in particolare dalla Cina. I produttori membri del club beneficerebbero di un prezzo minimo garantito sulle vendite a imprese appartenenti al blocco, con la differenza coperta da un fondo finanziato dai paesi partecipanti.

Strategia UE

L’Unione Europea condivide obiettivi simili a quelli americani, ma segue un approccio generalmente meno aggressivo e più orientato alla cooperazione internazionale e alla regolazione del mercato. Bruxelles punta soprattutto alla diversificazione dei fornitori attraverso partnership con paesi produttori, alla semplificazione delle procedure autorizzative per nuovi progetti estrattivi e al rafforzamento delle capacità industriali europee lungo la catena del valore. In questo contesto, il Critical Raw Materials Act fissa obiettivi ambiziosi per il 2030, basati sul consumo annuo interno: almeno il 10% dovrà essere estratto localmente, almeno il 40% lavorato all’interno dell’UE e il 25% recuperato tramite riciclo, mentre la dipendenza da un singolo paese terzo non potrà superare il 65%.

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Principali critiche alle strategie occidentali

Critiche alle strategie USA

Sebbene gli Stati Uniti abbiano stanziato i finanziamenti consistenti per garantire l’approvvigionamento di materie prime critiche e ridurre la dipendenza dalla Cina, tali fondi rischiano di risultare insufficienti per i singoli progetti. Nel complesso, i finanziamenti statunitensi sono rilevanti, ma una volta distribuiti tra i numerosi progetti, l’effetto concreto su ciascuno di essi diventa limitato.
Per aumentare l’efficacia, gli Stati Uniti dovrebbero adottare una strategia più mirata, concentrandosi esclusivamente sulle commodity più critiche, invece di disperdere risorse su un numero eccessivo di materie prime. Una selezione più mirata permetterebbe di ottenere risultati concreti in tempi più brevi, massimizzando il ritorno sugli investimenti e riducendo il rischio di progetti incompleti o poco redditizi.
La selezione delle materie prime critiche da considerare prioritarie dovrebbe fondarsi sui valori di importanza economica e sul rischio di approvvigionamento. La realtà degli Stati Uniti e dell'UE è poco diversa sotto questo aspetto. La gerarchia delle materie prime per importanza e per rischio di approvvigionamento è similare tra le due aree occidentali del mondo.

Nel grafico seguente sono riportate le 34 materie prime critiche identificate dalla Commissione Europea nel 2023 per l'UE, posizionate in base ai valori di importanza economica e rischio di fornitura, sulla base dei valori riportati a pagina 51-53 del report Study on the critical raw materials for the EU 2023.
L’area di ciascun cerchio nello scatterball è proporzionale al grado di sostituibilità della materia prima: quanto maggiore è la sostituibilità, tanto più ampio risulta il cerchio che la rappresenta.

Il grafico è interattivo: al posizionamento del mouse su un prodotto, appare una tabella con le informazioni ad esso relative

 

 

Come emerge dall’analisi del grafico, sebbene molte commodity siano classificate come critiche, solo poche combinano elevata importanza economica, alto rischio di approvvigionamento e basso livello di sostituibilità. I finanziamenti dovrebbero essere quindi incentrati specialmente per le commodity particolarmente critiche, come niobio, magnesio, terre rare e cobalto.

Oltre alle critiche relative agli investimenti pubblici previsti dagli Stati Uniti, non mancano contestazioni anche alle altre due principali strategie adottate dal paese. In particolare, la creazione di una riserva strategica di materie prime critiche si rivela molto più complessa rispetto a quella per il petrolio, soprattutto per quanto riguarda lo stoccaggio dei metalli. Conservare minerali grezzi richiede grandi spazi e risulta utile solo se esistono raffinerie locali in grado di trasformarli in prodotti utilizzabili, mentre i metalli già raffinati offrono una minore flessibilità. Ad esempio, l’alluminio può essere stoccato sotto forma di lingotti, lastre o barre, ognuna con vantaggi e svantaggi diversi in termini di utilizzo e trasporto.

Analogamente, il meccanismo del prezzo minimo presenta anch’esso criticità rilevanti, soprattutto in termini di efficienza, dato che riduce gli incentivi delle aziende a negoziare o ottimizzare i prezzi sul mercato. Inoltre, anche se Stati Uniti e alleati riuscissero a creare un “club” dei minerali con prezzi minimi garantiti, le economie occidentali rimarrebbero comunque dipendenti dalla Cina per la raffinazione, dovendo esportare minerali grezzi in Cina e reimportarli in forma raffinata. Secondo gli analisti dell’Economist, il limite principale delle strategie statunitensi risiede proprio nel fatto che non contrastano direttamente il settore in cui la Cina detiene il controllo più forte, ovvero raffinerie e fonderie.

Critiche alle strategie UE

Nel caso europeo, la principale critica alle strategie attuali per garantire un approvvigionamento sicuro di commodity critiche riguarda l’insufficienza dei finanziamenti. Secondo l’Economist, i fondi stanziati dall’UE ammontano a soli 3 miliardi di euro per 34 minerali critici, una cifra considerata troppo bassa dai paesi partner, che evidenziano come Bruxelles richieda garanzie di approvvigionamento offrendo in cambio risorse limitate. Incentivare la produzione interna o diversificare i fornitori comporta costi elevati e richiede anni per realizzare infrastrutture e adeguare regolamenti. Strategie come il reshoring o la diversificazione dei fornitori producono effetti concreti solo nel medio-lungo periodo, mantenendo un’elevata dipendenza nel breve termine.

Conclusioni

La leadership cinese nel mercato globale delle commodity critiche ha generato pressioni sia commerciali sia geopolitiche, spingendo i governi occidentali a elaborare strategie mirate a ridurre la dipendenza dalla Cina e a garantire un approvvigionamento sicuro di queste risorse. Gli Stati Uniti hanno sostenuto progetti minerari e di raffinazione tramite finanziamenti pubblici, hanno promosso la creazione di una riserva strategica di materie prime critiche e hanno introdotto prezzi minimi per proteggere i produttori. L’UE segue un approccio più cooperativo, privilegiando la diversificazione dei fornitori, lo sviluppo della produzione interna e il rafforzamento della catena del valore tramite il Critical Raw Materials Act.

Le principali critiche a queste strategie riguardano l’efficacia e la sostenibilità. Negli Stati Uniti i finanziamenti rischiano di essere frammentari, le riserve di metalli risultano difficili da gestire e i prezzi minimi generano inefficienze di mercato. Nell’UE i fondi sono considerati insufficienti e le misure producono effetti concreti solo sul medio-lungo periodo, lasciando alta la dipendenza dalla Cina nel breve periodo.
Secondo gli analisti dell’Economist, nessuna di queste strategie sarà sufficiente a ridurre la dipendenza occidentale dalla raffinazione e dalla fusione cinese. Anche se l’Occidente riuscisse a raggiungere l’autosufficienza nell’approvvigionamento di minerali grezzi, rimarrebbe comunque vincolato alla Cina per le fasi successive di lavorazione.

La conclusione operativa di questa analisi è l'indicazione di considerare significativo il rischio approvvigionamento di tutte quelle commodity che vedono la Cina in un posizione di Leadership.